Cesare Zavattini. Un umorista ineguagliabile del Cinema italiano

08-2017

di Nicola Di Mauro

La casa editrice Bompiani ha pubblicato alcuni volumi, che raggruppano l’intera opera letteraria di Cesare Zavattini (Luzzara 1902 – Roma 1989). Tra queste pubblicazioni, l’ultima uscita in libreria è “Al macero”, curata da Gustavo Marchesi e Giovanni Negri. La produzione letteraria ivi inserita, ironica e surreale, era, per bocca dello stesso intellettuale emiliano, da gettare «al macero», in quanto egli stesso diceva: «Io postumo non mi interesso». Di qui il titolo scelto per il volume.

A testimonianza di un’intensa attività quotidiana, spesa nel redigere una marea infinita di articoli, sceneggiature, lettere, testi originali per programmi radiofonici e televisivi, nonché per eventuali pubblicazioni editoriali di novelle, Zavattini, ritenendo che molta della sua produzione letteraria fosse destinata a riempire il «cestino della carta», suggerì di selezionarla «in modo severo» e «senza pietà». Ma, con sua viva sorpresa e anche a sua insaputa, se la vide portare via furtivamente per divenire oggetto, dopo un’analisi minuziosa e vorace della sua ingente opera scritta da parte dei curatori, di una felice idea editoriale, che la Bompiani ha realizzato con questo libro, e con altri in corso di pubblicazione per i “Tascabili Bompiani”.

Zavattini, infatti, a chi gli chiedeva di poter visionare e consultare il suo enorme archivio e classificarne la produzione letteraria e giornalistica ivi conservata, spiegava accomodante: «Erano tutte cose destinate al macero, ma se vi sentite di pubblicarle, fate, fate voi, io poi non c’entro… D’altronde l’ho anche scritto: troppo si fa per dopo, mentre dovremmo avere il coraggio dell’oggi». Pagine di diario, ricordi personali, storielle, conversazioni radiofoniche, corrispondenze epistolari, caricature, versioni grottesche e surreali di alcuni episodi reali o di pura fantasia, ma sempre attingenti alle problematiche umane e sociali del suo tempo, rivisitate in chiave umoristica e non prive di una profondissima sensibilità umana. Sono riportate nella loro prima stesura originaria all’interno dei quattro lunghi capitoli del volume, che recupera e raggruppa più di cinquanta raccontini e una ventina di novelle redatti tra il 1927 e il 1940, una decina di conversazioni tenute tra il 1931 e il 1935, e più di quaranta lettere scritte ad amici e colleghi, o addirittura rivolte a personaggi immaginari, pubblicate su alcuni settimanali d’epoca alla fine degli anni Trenta del secolo scorso. Dunque un volume prezioso per chi vuole approfondire la conoscenza dell’autore, una raccolta di un multiforme patrimonio artistico, legato non solo al cinema o al fumetto o alla pittura, ma pure alla vasta e molteplice produzione di articoli di giornale, cronache, soggetti, racconti e poesie, corrispondenze epistolari, conversazioni scritte e radiofoniche.

Il materiale riportato nel libro “Al macero” rappresenta un immenso patrimonio culturale, di cui Zavattini si servì successivamente anche per l’elaborazione di suoi soggetti e sceneggiature cinematografiche di successo. L’intento umoristico, brillante e grottesco, che traspariva sempre nelle sue rubriche a volte firmate anche con pseudonimi, è evidente in ogni riga, frase o parola; l’obiettivo di suscitare il riso non è quasi mai fine a se stesso, ma è sempre legato a una forma di denuncia sociale, che poi prenderà corpo e dimensione, sul piano artistico, con la produzione cinematografica neorealista, lavorando a fianco di Mario Camerini, Vittorio De Sica, Alessandro Blasetti, Luchino Visconti e altri registi importanti. Film che hanno fatto epoca e hanno contrassegnato la storia del cinema italiano del dopoguerra come “Sciuscià” (1946), “Ladri di biciclette” (1948), “Miracolo a Milano” (1951), “Umberto D” (1952), tutti realizzati grazie al sodalizio con Vittorio De sica, per non parlare poi di altri lungometraggi importanti, quali “Quattro passi fra le nuvole” (1942) di Alessandro Blasetti, o “Bellissima” (1951) di Luchino Visconti, e “La ciociara” (1960) girato di nuovo da Vittorio De Sica, insieme a tanti altri, noti e meno noti, tra cui occorre segnalare perfino alcuni stranieri, come “Vacanze Romane” (1953) di William Wyler o “Addio alle armi” (1957) di Charles Vidor. Portano tutti la firma, l’inventiva, l’ispirazione e l’estro, le indicazioni e i consigli di un grande intellettuale, che risponde al nome di Cesare Zavattini. Egli diede a questi capolavori cinematografici, legati al felice periodo del Neorealismo, un personale e notevole contributo nella sceneggiatura, nell’intelligente assistenza alla regia, nello sviluppo delle idee e dei soggetti, tutti derivanti dalla sua fervida mente e dalla sua stessa produzione letteraria e giornalistica.

Dalla “Gazzetta di Parma” alla rivista “Marc’Aurelio”, da “Il Secolo XX” al settimanale “Il Settebello”, da “Il Secolo illustrato” a “Tempo” l’esercizio giornalistico e umoristico di Zavattini si raffina sempre più e prosegue, nella ricerca avida e saggia di sperimentazioni di un linguaggio sempre più accattivante e nel contempo profondo e incisivo, con un’infinità di scritti che prendono spunto dalla semplice realtà di tutti i giorni, di cui lo scrittore sa cogliere sottili sfumature e tinte stravaganti sempre divertenti, ma che risultano il frutto meditato di suoi pensieri e crucci personali, dei suoi turbamenti interiori, delle sue personali preoccupazioni per una realtà collettiva e universale, in cui la sofferenza umana e il disagio sociale sono presi di mira, denunciati e descritti attraverso la lente deformante del suo umanissimo umorismo. Zavattini stesso parlava di una «realtà sommersa», che lui annotava di continuo «tra sorrisi vaghi e divertiti funambolismi» per trarre, da un senso tragico della vita e anche dai tanti motivi banali e prosaici di essa, più di uno spunto per infondere ragioni di speranza e riscatto, riflettendo sul fatto che è «magnifico vedere tanti uomini legati a uno spago librarsi in alto», come in “Miracolo a Milano”, film in cui realtà e favola vanno a braccetto, delineando una sottintesa forma di protesta umana e sociale, tesa a vagheggiare una dimensione lirica e umana della realtà, dove «dire buon giorno vuol dire veramente buon giorno».

Questi scritti umoristici e surreali, che il volume riunisce, mettono in netta e chiara evidenza non solo la straordinaria capacità di scrittura di Zavattini, ma anche, una volta di più, la grande sensibilità umana dell’autore, che rende i suoi raccontini e le sue pennellate caricaturali quasi alla stregua di «gridi di battaglia», che inneggiano alla solidarietà umana e intendono proporre un ideale di liberazione sociale, per cui saranno in molti a definirlo «scrittore terribile», che mette a nudo, in una maniera tutta sua, «le pieghe dell’anima che ognuno gelosamente nasconde». L’umorismo di Zavattini, così graffiante e marcato, come lo si legge e si avverte nelle pagine bellissime di questo libro, non è mai di superficie o tipico di un’impronta stilistica fine a se stessa, ma rispecchia in pieno la sua visione sociologica, innovativa per quei tempi, e l’ispirazione originale dello scrittore nel «rendere abnorme la normalità, creandosi una normalità di immagini abnormi», in cui, però, a prevalere nel gioco verbale e immaginifico, dinamico e vivace, della fantasia che si mescola con la realtà, è sempre la sua «attenzione umana». Dove la tristezza e la speranza si alternano o s’intrecciano a vicenda, dal momento che, come lo stesso Zavattini asseriva, «A me veramente non interessano i fatti quanto gli uomini, questi mondi isolati come pianeti nello spazio».