Giorgio Bárberi Squarotti, un’inconfondibile impronta critica della Letteratura Italiana

05-2017

di Nicola Di Mauro

Giorgio Bárberi Squarotti, allievo di Giovanni Getto, è stato uno dei più grandi critici letterari del Novecento. Dal 1967 al 2003 è stato Professore Ordinario prima di Letteratura italiana moderna e contemporanea e poi di Letteratura italiana. Professore Emerito dal 2004. Fondamentali sono stati i suoi saggi su Dante, Machiavelli, Tasso, Manzoni, Pascoli, D’Annunzio e tanti altri grandi protagonisti della nostra letteratura. Ha lasciato un contributo prezioso sia negli studi letterari, sia nella ricerca poetica. Grande figura di riferimento nel panorama della critica letteraria italiana.

Giorgio Bárberi Squarotti è scomparso a Torino il 9 aprile 2017, a 87 anni. I suoi studi critici e le sue opere liriche hanno contraddistinto in modo eccelso la letteratura italiana del secondo Novecento. Oltre ad aver insegnato presso l’Università di Torino, aveva anche diretto per la UTET la collana dei Classici italiani, la Storia della civiltà letteraria italiana e il Grande dizionario della lingua italiana (opera monumentale in XXI volumi). Numerose Accademie e Fondazioni (dall’Accademia dell’Arcadia all’Accademia delle Scienze di Torino), comitati scientifici di collane e riviste letterarie lo hanno visto sempre protagonista con incarichi direttivi.

La sua finissima e straordinaria competenza letteraria, la sua acutissima sensibilità intellettuale sono sempre state apprezzate a livello accademico e scientifico, distinguendolo come prestigiosa figura militante nel mondo intellettuale nazionale ed europeo. I suoi studi hanno spaziato da Giordano Bruno a Francesco Petrarca, da Carlo Goldoni a Giosuè Carducci, Da Giovanni Boccaccio a Cesare Pavese, da Vittorio Alfieri a Italo Svevo, da Guido Gozzano a Giovanni Arpino da Dante Alighieri a Niccolò Machiavelli, da Torquato Tasso a Carlo Emilio Gadda, da Giovanni Verga a Camillo Sbarbaro, da Eugenio Montale a Luigi Pirandello, per citare solo alcuni celebri autori della Letteratura italiana.

Non è mancata all’appello la sua personale vena poetica. Tra le sue raccolte di liriche, a partire da La voce roca edita a Milano da Scheiwiller nel 1960, si possono citare vari altri titoli, fra cui: Finzione e Dolore (Valenti, Pisa, 1976), Dalla bocca della balena (Genesi, Torino, 1986), La scena del mondo (Genesi, Torino, 1990), Le vane nevi (Bonaccorso, Verona, 2002), Le foglie di Sibilla (De Ferrari, Genova, 2008), e Le domande (e qualche scherzo) (Achille e La Tartaruga, Torino, 2015). La sua esperienza critico-letteraria si è sempre contraddistinta per la raffinata sottigliezza analitica e l’inequivocabile profondità interpretativa, in grado di cogliere gli aspetti anche più nascosti e meno evidenti delle opere e degli autori da lui esaminati, nonché di sviscerarne la complessità e la dimensione artistica di forme e contenuti.

Come poeta, inoltre, Bárberi Squarotti ha saputo, dunque, distinguersi nel definire pensieri, immagini, sogni, percezioni ed emozioni, impregnandoli di intensa umanità e intime inquietudini. Ma soprattutto è stata la sua terra, Le Langhe, a ispirare la sua umanità, la sua poesia, il suo carisma letterario. Le Langhe hanno, in qualche modo, contrassegnato indelebilmente la sua identità umana e culturale, il suo prestigio accademico, la sua sensibilità artistica. La personale predilezione per i profumi, i prodotti, la gente, l’aria stessa, le colline e quant’altro delle Langhe ha sempre testimoniato non solo quanto egli fosse legato a quella terra, ma anche il fatto di esserne un fiero rappresentante, altamente orgoglioso di quelle zone e di quelle tradizioni.