Le periferie come costruzione mentale

Come i pensieri anche i luoghi, con tutte le loro strutture naturali e artificiali, sono legati da rapporti di continuità e contiguità spazio-temporale; questo assunto ci dice che esteriorizzare e isolare non serve più di tanto. Tutto ciò che si evita, si ripresenterà sotto le forme più svariate: disagi provocati dalle tecnologie, cambiamenti climatici, zone inquinate a forte concentrazione industriale, centri abitati distaccati e sconnessi dal contesto urbano. Le periferie non sono ai margini, perché ai margini non potranno mai collocarsi; le periferie sono nell’uomo come rappresentazione di forme di produzione mentale e di tentativi di vivere l’esistenza.

L’essere umano tende a proiettare paure e contrasti interiori su oggetti e persone che sono alla portata della sua percezione, quando, per sua disgrazia, non riesce a trovare per questi una soluzione adeguata. Un nodo della sua mente o un momento di angoscia viene così vissuto come un malessere, che trova lo specchio per riprodursi nello sguardo di un suo simile, su un muro scrostato di una costruzione, attraverso i rami secchi di un albero in autunno o tra le gocce di una violenta pioggia. È, questo, un modo, o, meglio, un tentativo, di dar sfogo alle energie che in tali occasioni si producono e che in lui agiscono, soprattutto quando non conosce la natura e le cause di quel malessere. Cerca di portare al di là del suo mondo organico e psichico tutto ciò che non accetta; quando viene informato da qualcuno o dai fatti che ciò che agisce e provoca dolore è in lui e non fuori, egli spesso sostiene solo la seconda topica per non essere chiamato in causa. Quando, invece, riconosce quel male come suo problema, tenta di esorcizzarlo adottando la tecnica dell’isolamento; così facendo lo rende apparentemente estraneo ai pensieri che reputa degni di essere pensati, crede di potere isolare il dolore per promuovere il piacere; quel dolore, malgrado i vari tentativi da lui escogitati, si presenterà sotto altre vesti senza preavviso e contro la sua stessa volontà, a meno che, una volta per tutte, deciderà di affrontarlo e comprenderlo, risolvendo tutto ciò che risolto deve essere; se questo ambizioso progetto sarà portato a compimento, allora, non vi sarà più bisogno di isolare qualsivoglia elemento; se, al contrario, continuerà a non riconoscere ciò che agita la sua vita interiore, incontrerà per questa strada gli stessi sguardi, gli stessi muri scrostati, gli stessi rami e la stessa pioggia, che cercherà, come sempre, di evitare.

Anche taluni prodotti materiali delle azioni e dell’ingegno umani vengono, malgrado i buoni propositi, trasferiti in zone lontane dai propri confini corporei. Così è preferibile spegnere una sigaretta sotto la scarpa e buttarla sopra un già lurido e malconcio marciapiede, piuttosto che correre il rischio di sporcare le tasche di un pulito pantalone. Spesso non ci curiamo se molti luoghi delle nostre città sono sporchi e maleodoranti, quel che ci importa è avere la nostra via, la nostra casa pulite. Quando siamo fuori finiamo, però, per disprezzare quei luoghi, quella determinata strada, che, pur nella sua potenziale utilità, è deturpata da rifiuti e odori. Molti sono addirittura tentati di non ammettere l’esistenza di quella via che ci crea disagio. Del resto, se si rincorre “la fortuna” in campo economico, intraprendendo attività i cui marchingegni, per dare i loro risultati, devono produrre sostanze nocive e maleodoranti, si sceglie un luogo per queste che non siano troppo vicino ai centri abitati. Rifiuti, scorie industriali e veleni vengono quindi scaricati e allontanati, seguendo la logica dell’esteriorizzazione e dell’isolamento, fino in zone sperdute del globo. I prodotti non graditi e nocivi sono trattati nello stesso modo in cui sono trattati i pensieri e i sentimenti che tormentano l’uomo e che l’uomo rifiuta come propri.

Il risultato di queste operazioni non è di certo felice.

Periferie 002

Riflettere sul tema della periferia è necessario e indispensabile per innovare e ricomporre un tessuto urbano inadeguato e ingessato, due visioni opposte si confrontano e si scontrano: la prima consiste nel pianificare le periferie (parti eguali di un insieme di un nucleo urbano omogeneo); la seconda attiene alla creatività caotica sperimentale della natura intrinseca della periferia. Nel primo caso, la mente opera in modo razionale delle scelte; nel secondo caso, il corpo si adegua e impone le proprie esigenze. Di fronte al compiuto un nuovo intervento è sempre possibile, sia per riparare i danni o apporre migliorie, sia per conservare, sia per abbattere e rifare tutto. Le periferie, dunque, intese non come luoghi ai margini di un centro virtuoso, ma come luoghi adiacenti o meno ai centri, zone che rispecchiano il modo di agire e di pensare dell’uomo. Vi sono così zone centrali di una città che non sembrano essere il “fiore” di una programmazione urbanistica, e zone geograficamente ai margini rispetto al centro-città, che, invece, sono, a livello di qualità della vita, paragonabili alle zone più prestigiose e virtuose. Migliorare le condizioni di un certo ambiente, come le condizioni di chi in quell’ambiente ci vive, dovrebbe equivalere, al di là di ogni possibile e lodevole riqualificazione territoriale, a porre l’essere umano e la sua portata mentale al centro di un progetto di “riqualificazione psicologica”, teso a stimolare la mente, a comprendere le sue stesse dinamiche nel contesto di un mondo sociale e fisico che la circonda; a trovare un punto di equilibrio lungo il continuum, i cui opposti sono la visione olistica e quella individualistica; un giusto rapporto di forze tra gli interessi generali e quelli particolari, dal momento che gli uni non possono fare a meno degli altri e viceversa.

A mutuare gli assunti di taluni sociolinguisti si potrebbero identificare nelle periferie i segni e i simboli di un linguaggio non parlato e non scritto, che descrive e sottintende le storie dell’uomo, dei suoi modi di pensare e di agire.

La strada è ancora lunga da percorrere come infiniti sono i tentativi per percorrerla.